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p i o v e
distrattamente attenta sillabo
piccole goccie sulle fragoline stillano dal vecchio ciliegio
carico
p i o v e
madre assaggia
padre osserva
pensieri umidi, i miei, mentre
p i o v e
ancora una volta ho evitato gli spaventapasseri e lo stormo puntuale arriverà
p i o v e
non sarò io più veloce perchè volare non so spaventare non so sollevare non so
non so non so
non so
ora lo so
La signora sorridendo mi rispose così:
"I racconti possono essere statici o dinamici: quelli statici me li racconto quando sono a letto, di notte: sono utili perchè accompagnano il mio sonno e lo rendono meno agitato. I racconti dinamici invece sono quelli che racconto a me stessa di giorno, quando sono fuori casa: sono molto importanti perchè mi tengono sveglia!"
Rimasi senza parole: ero salito sull'ascensore insieme a quella graziosa anziana e questa era la sua risposta alla mia domanda "A quale piano va?"
Notando il mio stupore, continuò: "Sa, ad una certa età, la malattia non mi imbarazza quasi più... Vado al 1 piano, grazie, ma vorrei arrivare fino all'ultimo, l'ottavo se non sbaglio, e poi riscendere: il racconto dinamico che mi sto raccontando ora è quasi alla fine e visto che devo andare da quella chiacchierona di mia nipote, rischio di non riuscire a sentire come si conclude! Se fosse così cortese..." e mi indicò il pulsante più alto.
Obbedii, premetti il pulsante con su scritto il numero 8 e durante tutto il tragitto verticale in salita prima e poi in discesa osservai affascinato l'originale signora. Alternò espressioni stupite, impaurite, trepidanti e, infine scoppiò in un applauso ed una risata.
Arrivati al 1 piano le aprii la porta e lei mi ringraziò educatamente. Solo allora ebbi il coraggio di chiederle quale fosse la sua malattia e la sua risposta fu assolutamente in linea con il personaggio. Mi disse:
"Sono ammalata di fantasia, mio caro, buonasera."
mi fate schifo
vi perdete randagi impauriti nel parcheggio che puzza di piscio e di carogne. credete di aver azzeccato l'uscita ma è un altro muro quello sul quale sbattete la testa. che ira mi piglia, nel vedervi. qualcuno di voi chiama aiuto ma solo l'eco risponde. qualcuno di voi prende in mano il telefono mobile che è ancora senza segnale; inutile sperare, siete al piano -4. il destino vi acceca, con la sua luce, e non potete vedere la via. siete al piano -4 e lì resterete.
io, dio, donna vestita di seta, scalza e pensante, nulla posso. certo, liberale e magnanima sono, ma mi fate schifo e pertanto preferisco vedervi morire disperati piuttosto che muovere un dito.
io, dio, ho cura che di me stessa o di chi, un giorno, si dimostrerà mio simile e con amore, forse, spero, non lo nego, mi ucciderà. mi chiedo: sarà come me, il mio redentore? mi somiglierà? avrà anche lui le ali sul petto i piedi palmati, il culo perfetto?
lo attendo. altro non posso fare.
cambio idea, alzo un dito e provoco l'effetto domino. ora siete morti, spiaccicati da tre piani di cemento armato. carogne tra le carogne. non mi fate più schifo, ora. vi ho già dimenticato.
bene bene non c'è più nessuno. senti che pace! ho chiuso la saracinesca finalmente. sono stanco. ho servito un milione di birre stasera. col panno ho pulito il bancone almeno 100 volte ogni ora ed sono sei ore che corro su e giù per il locale, apparecchia sparecchia sorridi e batti lo scontrino. sono sei ore che ho voglia di pisciare. poi pure la rissa, stasera, non ci mancava altro: joe non ci rimette più piede qui, quell'ubriacone. e poi non paga mai.
questo è il mio momento preferito. tutti fuori si chiude. 'sta bettola sta diventando la mia casa... ma è quello che volevo, quello che ho sempre sognato. ecco, ora faccio la cassa e redigo la prima nota. che caldo che fa.
niente male, il giovedì è sempre una buona serata. questo mese ce la farò senza problemi a pagare il mutuo. che bello quando chiudo la saracinesca. che bello il silenzio. tra meno di un ora ho finito e vado a letto. spero di non crollare come ieri. ieri...
quando ha varcato la soglia stavo caricando la lavapiatti. tazzine da caffè per lo più, saranno state le nove e mezza. si è avvicinata e io l'ho finalmente guardata, interrogativo. buonasera, le ho detto, un po' confuso, e il cucchiaino che avevo in mano, bagnato, mi è scivolato. lei ha sorriso, ma si vedeva che non le veniva facile farlo. una ragazza triste ed educata. quante ne vedo, da quando lavoro qui. le ragazze sono quasi sempre sole in questa strana città. gli uomini no, loro escono in gruppo bevono e poi, brilli, litigano. strana gente. questa ragazza però aveva qualcosa di diverso, rispetto alle altre. intanto non aveva neanche un anello, una collana o un pircing. nessun tatuaggio visibile, ora che ci penso. l'ho trovata originale, fuori moda. aveva capelli puliti e abiti semplici. prego, le ho detto restituendo il sorriso. mi ha ordinato latte e menta... latte e menta!!! non me lo chiede mai nessuno tanto che avevo più volte pensato che quella bottiglia di menta me la sarei ritrovata sul groppone per anni. ho preso un bicchiere adatto, l'ho guardato in controluce per vedere che non vi fossero macchie, ho messo tre dita di menta e per il resto l'ho riempito con latte intero, fresco. ho mescolato delicatamente ed entrambi siamo rimasti a guardare quel verde che diventava sempre più chiaro. mentre procedevo all'operazione la osservavo sempre più curioso, senza che lei mi vedersse. poi, all'improvviso sono passato al tu stupendo pure me stesso. accomodati sullo sgabello, ti va di parlare un po'? come ti chiami? lei come una bambina ubbidiente si è seduta e con una vocina che mi ha fatto tenerezza ha detto:
giulia
io sono marco, piacere! ho esclamato con un tono fin troppo alto. ha fatto un lieve cenno con la testa, quasi un inchino e mi ha guardato negli occhi. poi ha preso il bicchiere con le mani e da dato un lungo sorso.
che buono
ha quasi sussurrato e poi ha cominciato a raccontare. latte e menta lo beveva sempre quando andava a trovare i suoi zii, mi ha detto. abitavano in campagna, e non parlavano molto. con loro giocava a carte, a rubamazzo.
lo zio e la zia si chiamavano franco e franca, buffo no?
la zia aveva studiato fino alla terza elementare, mentre lo zio aveva preso anche l'avviamento ma poi, a causa della guerra, aveva dovuto smettere. aveva fatto il fattore, lo zio franco, per molti anni, dopo la guerra. lui era un fattore "buono" però, di quelli che stanno dalla parte dei contadini più che da quella dei padroni.
la zia aveva occhi sorridenti e non aveva avuto figli. non era dotata in fatto di bellezza ma aveva un modo tutto suo di stare al mondo: era in armonia. aveva una passione per le storie e lo zio, che l'amava tanto, ogni settimana si spingeva in bicicletta fino alla biblioteca del paese per prendere in prestito un libro nuovo se c'era, oppure uno già letto e, all'imbrunire, dopo cena, mangiavano molto presto, sai?, lui leggeva per lei.
io non ho mai assistito a questo rito
concluse giulia. perchè? le chiesi. era un momento solo loro, mi spiegò.
i miei genitori venivano a riprendermi sempre prima di cena.
giulia aveva appena finito di bere il suo latte e menta. tirò fuori porta monete e mi chiese quanto ti devo? offro io, le ho detto, veloce ma imbarazzato; per me è sempre più facile chiedere da pagare piuttosto che offrire. grazie, marco, ci vediamo mercoledì prossimo. e mi ha sorriso, con quel sorriso triste, da sognatrice
amo questo lavoro. amo la notte quando tutti quei chiassosi ragazzi se ne tornano a casa loro. ora vado a dormire, mancano ancora sei giorni a mercoledì.
albero con piedi radici
rami di ricci nodosi
clorofilla sanguigna
in attesa paziente e muta del raggio di sole
guardo lontano e resto immobile
mentre un cane randagio mi piscia
io gemmo
nell'assurda selezione delle anime perse mi perdo
demotivata interrogo demotivati
le parole di speranza svaniscono
fin quando non ricevo una mail d'amore alla quale non rispondo
chi mi coccola sta lontano e non ce la fa lui le capisce le mie paure e ci ride e mi abbraccia virtualmente ma non ce la fa.
chi mi tocca chi mi bacia è vicino e poi sparisce. mi sento baol
chi mi fa girare i coglioni mi ascolta talvolta ma poi s'incarta e chiudo io
io uso? sì tutti i miei strumenti al vetriolo
esiste il mio sogno perfetto di azienda perfetta di stile dèco?
ho tante paure ma la prima la più grossa è quella di un mondo di gomma
raccontino intitolato: Scribacchini erranti, quattro concetti e un drammatico finale
Scriveva, ogni giorno: pensava a quello che scriveva solo poi, quando rileggeva. E capiva, ogni giorno, quello che leggeva. Ieri successe, oggi succede, domani succederà. Parole concetti e punteggiatura uscivano come un processo continuo, un flusso fluente, dalla testa di Giulia. Ma ogni aggettivo, ogni soggetto, ogni periodo ipotetico, quelli di domani, come quelli di oggi e ieri, erano dedicati a Lui.
Scriveva, ogni giorno: pensava a quello che scriveva solo poi, quando rileggeva. E capiva, ogni giorno, quello che leggeva. Ieri successe, oggi succede, domani succederà. Parole concetti e punteggiatura uscivano come un processo continuo, un flusso fluente, dalla testa di Lui. Ma ogni aggettivo, ogni soggetto, ogni periodo ipotetico, quelli di domani, come quelli di oggi e ieri, erano destinati a Lei.
Scribacchini erranti entrambi, non dormivano di notte e sognavano di giorno. Bruciarono.
sulla la vita
ti ho visto passando
ma tu guardavi altrove
Le mie carceri
Sto bene, ho costruito questo muro di mattoni e li ho colorati uno ad uno.
Non è bello?
Io credo che sia meraviglioso, il mio muro!
Sì, guardate pure con attenzione le sfumature e gli accostamenti.
Vedete com’è alto? Ho fatto tutti i calcoli, non crollerà. E’ un muro studiato a regola d'arte!
Io sto bene sto di qua.
No, non ci sono portoni e neppure passaggi segreti.
Non erano previsti nel progetto.
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